Eccomi

Utente: Click_77

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Archivio

oggi
maggio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
luglio 2005
giugno 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004

1 - cinema
2 - dvd
3 - dvd import
3 - dvd the criterion collection
4 - director - akira kurosawa
4 - director - aleksandr sokurov
4 - director - alfred hitchcock
4 - director - ang lee
4 - director - billy wilder
4 - director - blake edwards
4 - director - brian de palma
4 - director - cameron crowe
4 - director - claude chabrol
4 - director - clint eastwood
4 - director - dario argento
4 - director - david lynch
4 - director - douglas sirk
4 - director - eric rohmer
4 - director - françois truffau
4 - director - friedrich murnau
4 - director - george a romero
4 - director - howard hawks
4 - director - ingmar bergman
4 - director - j-p melville
4 - director - jacques becker
4 - director - jacques tourneur
4 - director - john ford
4 - director - john frankenheime
4 - director - john huston
4 - director - kathryn bigelow
4 - director - kim ki-duk
4 - director - luchino visconti
4 - director - luis bunuel
4 - director - marcel carné
4 - director - marco ferreri
4 - director - mario bava
4 - director - martin scorsese
4 - director - michael mann
4 - director - michael powell
4 - director - mike nichols
4 - director - oliver stone
4 - director - otto preminger
4 - director - peter weir
4 - director - pietro germi
4 - director - pupi avati
4 - director - ridley scott
4 - director - robert aldrich
4 - director - robert altman
4 - director - roger avary
4 - director - roman polanski
4 - director - ron howard
4 - director - sam peckinpah
4 - director - seijun suzuki
4 - director - steven soderbergh
4 - director - sydney pollack
4 - director - terry gilliam
4 - director - tsui hark
4 - director - werner herzog
4 - director - wong kar-wai
4 - director - woody allen
4 - director - w a wellman
5 - attori - humphrey bogart
5 - attori - paul newman
6 - attrici - jean harlow
acque del sud
angeli perduti
arca russa
aurora
baby
bastogne
birth io sono sean
black hawk down
bonjour tristesse
brazil
buffalo soldiers
cacciatore bianco cuore nero
cane randagio
casco doro
ciao maschio
cinderella man
closer
collateral
come le foglie al vento
conan il barbaro
corvo rosso non avrai il mio sca
cuore selvaggio
de-lovely
donne facili
dune
elizabethtown
e johnny prese il fucile
ferro 3 - la casa vuota
frank costello faccia dangelo
fuori orario
giorni perduti
gli occhi di laura mars
glory
good night and good luck
grisbi
hud il selvaggio
hulk
il gatto a nove code
il giro del mondo in 80 giorni
il grande sonno
il massacro di fort apache
il mistero del falco
il porto delle nebbie
il raggio verde
il settimo sigillo
il tesoro della sierra madre
inside deep throat
insomnia
intrigo internazione
in nome di dio - il texano
io e annie
i fratelli grimm
i peccatori di peyton
i protagonisti
i tre giorni del condor
jules et jim
killing zoe
k 19
langelo ubriaco
la caccia
la casa dalla finestre che rid
la maschera del demonio
la maschera di mezzanotte
la mia brunetta preferita
la moglie dellavvocato
la prima grande rapina al treno
la ragazza che sapeva troppo
la regina dafrica
la setta dei dannati
la spettatrice
la terra dei morti viventi
l’inventore di favole
lei mi odia
le regole dellattrazione
le streghe di eastwick
locchio che uccide
ludwig
lultima sequenza
manhattan
maria full of grace
ma quando arrivano le ragazze
melinda e melinda
million dollar baby
musa
neverland - un sogno per la vita
new york new york
nosferatu il principe della nott
notorious
oceans eleven
oceans twelve
per chi suona la campana
per piacere non salvarmi più la
picnic ad hanging rock
pitch black
point break
punto di non ritorno
quai des orfèvres 36
quasi famosi
quella sporca dozzina
quelloscuro oggetto del desideri
quo vadis
romanzo criminale
ronin
schiava del male
seduzione mortale
seven swords
sfida infernale
silverado
storie di ordinaria follia
super size me
svengali
terra di confine
terrore dallo spazio profondo
tess
the aviator
the black dahlia
the bourne identity
the butterfly effect
the manchurian candidate
the twilight samurai
titanic
tu chiamami peter
twentieth century
una canzone per bobby long
una lunga domenica di passioni
un maledetto imbroglio
vertigo
victor victoria
voglio la testa di garcia
wall street
wonderland
youth of the beast

Feeds

  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte

giovedì, 01 dicembre 2005

Good Night, and Good Luck (Good Night, and Good Luck, 2005) di George Clooney

Acclamato all'ultima Mostra cinematografica di Venezia dove per un soffio non è stato insignito con il Leone D'Oro, l'opera seconda di Clooney in veste di regista (e per la prima anche nel ruolo di co-sceneggiatore), è un'analisi sociologica sul potere della televisione e, in generale, sul ruolo dei media e di chi ci lavora di portare a galla verità scottanti pagando a volte anche in prima persona.
Esteticamente e politicamente perfetto da poter "non piacere" fosse stato girato quarant'anni fa sarebbe stato innovativo e di "rottura", sopratutto nei contenuti; oggi però suona tanto come l'ennesima stucchevole critica alla televisione di massa con un piglio di opera fintamente intellettualoide spacciata come lavoro autoriale.
Il "professor" Clooney sale fieramente in cattedra adottando lo stesso metodo censorio utilizzato dall'oggetto della sua critica, ovvero McCarthy. Senza occhio critico e quel minimo d'analisi psicologica (ma anche storica) ci indica con un manicheismo da pellicola di propaganda chi sono i buoni e chi i cattivi, consegnando alla “storia” una verità quasi granitica di stampo (pseudo)televisivo.
Come amante di Von Trier non critico la scenografia spoglia e la dimensione quasi teatrale del film, anche l’interpretazione tutta nervi di Strathairn è degna di nota, così come alcune intuizioni registiche che richiamano in diverse inquadrature Quarto Potere (i giornalisti chiusi in sala mentre visionano dei documentari). Quello che non funziona è proprio il film stesso, uno dei più grossi abbagli della critica negli ultimi anni. Rivedete piuttosto per l'ennesima volta Quinto Potere di Lumet. [Voto=5.5]

Postato da: Click_77 a 13:33 | link | commenti (1) |
1 - cinema, good night and good luck

venerdì, 25 novembre 2005

Elizabethtown (id, 2005) di Cameron Crowe - Voto: 7.5 -

Due americhe a confronto nel nuovo film di Cameron Crowe: quella competitiva e senza respiro dove il valore di una persona si misura dal suo successo professionale, e quella della profonda provincia, nella quale i valori familiari e le tradizioni tramandate da generazione in generazione sono predominanti sul benessere economico e l'affermazione sociale.

Drew Baylor (un Orlando Bloom per la prima volta non in costume) è quello che le riviste di moda patinate definirebbero un "vincente": ha un lavoro come creativo in una società di calzature sportive, vive in un bell'appartamento, ha una invidiabile fidanzata e tutte le diavolerie elettroniche che l'era digitale può offrire. Finché il progetto di una scarpa da ginnastica rivoluzionaria alla quale ha dedicato i giorni e le notti degli ultimi otto anni della sua vita si rivela un fallimento commerciale totale, o meglio, come afferma lui stesso nel film, un "fiasco" senza precedenti da un miliardo di dollari.

Licenziato in tronco medita il suicidio, ma durante la fase di preparazione riceve una telefonata che annuncia la morte improvvisa dell'amato padre Mitch. Toccherà a lui recarsi nella sperduta cittadina di Elizabethtown a recuperare le spoglie del genitore deceduto ed occuparsi inoltre dei rapporti con il ramo più tradizionalista della famiglia.

Cinema di e sulla speranza quello di Cameron Crowe, che ci vuole dire che anche quando tutto sembrerebbe inevitabilmente e inesorabilmente perduto, e gli eventi negati, magari proprio temporalmente concomitanti, remano contro di noi, c'è sempre un appiglio per ricominciare, basta saperlo riconoscere e coglierlo quando si presenta innanzi. L'inizio della rinascita di Drew avviene nel momento dell'incontro con l'hostess Claire (Kirsten Dunst) a bordo dell'aereo che lo conduce dal padre morto. Tra i due nasce una intesa che si svilupperà successivamente prima durante una lunga telefonata notturna, poi frequentandosi di persona e, infine, quando Drew lascerà Elisabettowm, attraverso una viaggio in auto che segna per il protagonista il vero inizio di una nuova vita.
Dopo i suggestivi esperimenti visivi nell'amato/odiato Vanilla Sky Cameron Crowe torna alle origini; a quel cinema sulla memoria e la ricerca di se stessi e del proprio passato come spunto per crescere.

Postato da: Click_77 a 09:54 | link | commenti (2) |
1 - cinema, elizabethtown, 4 - director - cameron crowe

domenica, 20 novembre 2005

I fratelli Grimm (The Brothers Grimm, 2005) di Terry Gilliam - Voto: 6.5 -

Durante le fasi di riprese e postproduzione dell'ultimo film di Terry Gilliam il fantasma del barone di Munchausen ha volteggiato come un avvoltoio sulla testa del geniale regista americano, in attesa che questo nuovo progetto - che rivedeva in sella Gilliam dopo le disavventure accadute sul set de Lost in la Mancha - naufragasse in un flop senza precedenti.

Seppur i fratelli/produttori Weinstein, boss della Miramax, siano riusciti a creare innumerevoli problemi al povero Gilliam [dal licenziamento, a metà opera, del direttore della fotografia Nicola Pecorini, all'imposizione di attori (Matt Damon e Lena Headey) e tecnici (musiche di Goran Bregovic), oltre che un'interminabile fase di montaggio che ricorda quella di Gangs of New York], la pellicola ha visto comunque la luce e ottenuto un discreto successo di pubblico, ma una fredda accoglienza da parte della critica.

Il regista di Brazil sembra dirigere tenendo tirato il freno a mano della sua proverbiale visionarietà. Penalizzato da una eccessiva ingerenza di effetti digitali che di fatto "limitano" la libertà espressiva del suo occhio e, non da ultimo, da una sceneggiatura, anch'essa imposta dall'alto, un po' (anzi, troppo) prevedibile, Gilliam non è riuscito ad esprimersi come il suo solito e lasciarsi trascinare dall'indiscusso genio.
Ma non tutto e perduto. I Fratelli Grimm infatti riesce a mantenersi decisamente sopra la media di un classico blockbuster grazie sopratutto da un paio di interpretazioni: quella di un istrionico Peter Stormare, nel ruolo di Cavaldi, prima acerrimo nemico poi alleato dei protagonisti, e di Jonathan Pryce, storica maschera di Gilliam qua nella spassosa parte di un generale francese.
Cinema di puro intrattenimento, ma non senz'anima.

Postato da: Click_77 a 17:35 | link | commenti (1) |
1 - cinema, 4 - director - terry gilliam, i fratelli grimm

mercoledì, 09 novembre 2005

Romanzo criminale (2005) di Michele Placido – Voto: 7

Tratto da Romanzo Criminale, l’omonimo libro di Giancarlo De Castaldo, caso letterario di alcuni anni fa, il nuovo film di Michele Placido racconta, con le dovute semplificazioni storico-politiche ma anche narrative, le vicende della banda della Magliana lungo i 25 anni nei quali fu la più sanguinosa e spietata organizzazione criminale della capitale.

Era da tempo che ci si aspettava il ritorno in grande stile del cinema di genere italiano sul grande schermo; ovvero di un poliziesco (o noir all'italiana che dir si voglia) che sapesse tener testa alle grandi produzioni angloamericane ma anche francesi.
Questo “quei bravi ragazzi” italiano è una pellicola corale che restituisce un certo tipo di cinema e di personaggi appartenenti ad un’altra epoca (gli anni Settanta e i suoi conflitti sociali e politici), ma non per questo, dal punto di vista emotivo, non meno attuali.

Come nella realtà (ma non nelle fiction televisive che cercano di scimmiottarla) non esiste una netta distinzione tra il bene e il male, tra buoni assoluti e cattivi impenitenti, a nessun livello. Così nella pellicola di Placido il personaggio più torbido (o meglio, uno dei tanti) è rappresentato dal commissario Scajola (Stefano Accorsi) che per primo intuì l’esistenza e pericolosità di questo gruppo di criminali. Egli, più che dar loro la caccia per un senso “assoluto” di giustizia, sembra invidiarli e odiarli perché hanno successo, denaro e donne, belle donne, tra le quali la prostituta d’alto bordo Patrizia (Anna Mouglalis), della quale lo stesso Scajola ne rimane affascinato e accende una tormentata relazione amorosa.

Soprannominato la “peggio gioventù” (come antitesi della “meglio gioventù” dei ragazzi perbene e idealisti del celebre film di Tullio Giordana), Romanzo Criminale non è solo un grande affresco storico e sociale che abbraccia circa un quarto di secolo della storia italiana, ma è anche un racconto delle vite, ambizioni, sogni e delle (inevitabili) parabole discendenti di un gruppo di ragazzi di borgata che decidono di diventare adulti, seppur percorrendo le facili e seduttive scorciatoie del crimine.

Postato da: Click_77 a 16:19 | link | commenti (1) |
romanzo criminale, 1 - cinema

domenica, 06 novembre 2005

Tu Chiamami Peter (The Life and Death of Peter Sellers, 2004) di Stephen Hopkins - Voto: 6

The Life and Death of Peter Sellers (sorvoliamo sull'orrido titolo italiano...) è un ottimo prodotto per la televisione (è stato finanziato non a caso dalla rete televisiva americana via cavo HBO) ma, onestamente, c’è da ammettere che è un po’ debole come film destinato per le sale e il grande pubblico cinematografico.

Stephen Hopkins, nel delineare i tratti del “suo” Peter Sellers, riprende parti della ricca biografia non ufficiale scritta da Roger Lewis sul grande attore inglese, procedendo da un lato come un classico biopic cronologico e, dall’altro, cercando di approfondire alcuni aspetti della controversa personalità di Sellers. Non mancano inoltre pettegolezzi da rotocalco per parrucchieri di ogni tipo sulla sua vita privata, contraddistinta da eccessi, improvvise sfuriate nervose e sdoppiamenti di identità portati non solo sullo grande schermo.

Geoffrey Rush, poliedrico attore che già in passato aveva dato prova delle sue doti camaleontiche è, in tutto e per tutto, Peter Sellers. La sua capacità di immedesimarsi nel personaggio o, per meglio dire, nei personaggi è straordinaria. Inutile aggiungere che se il film di Hopkins merita di essere visto, e non cade nella piattume pseudotelevisivo, lo si deve proprio all’interpretazione di Rush. Seppur il doppiaggio italiano sia discreto sarà una gioia risentire il premio oscar per Shine recitare in lingua originale. Una nota di merito vanno anche alle ricche scenografie, curate nei minimi dettagli.

Postato da: Click_77 a 12:35 | link | commenti |
1 - cinema, tu chiamami peter

sabato, 05 novembre 2005

Seven Swords (Qi jian, 2005) di Tsui Hark - Voto: 6

Il fatto che Tsui Hark sia un Maestro della settima arte è un dato assodato, basta riguardarsi buona parte della sua filmografia (anche nelle vesti di produttore) per capire la sua influenza sul cinema asiatico e non solo. Purtroppo in Italia (a differenza della Francia) è poco conosciuto e apprezzato anche dalla critica ufficiale.

Come dicevo, cineasta straordinario ma la sua grandezza purtroppo non appare da questo attesissimo e (iper)pubblicizzato Seven Swords, imponente primo capitolo di una sega che (incassi permettendo) vedrà ancora altri cinque capitoli.
Purtroppo questo wuxia dal sapore western manca di un elemento essenziale per coinvolgere fino in fondo, ovvero il riuscire a conquistare quel crescendo di epicità che rapisce lo spettatore. Non aiutano le sottotrame amorose e sentimentali che spesso spezzano troppo il ritmo e una narrazione che, a volte, pare eccessivamente caotica e sfilacciata.

Una prova d’appello gliela vorrò comunque concedere, soprattutto riguardandolo in lingua originale. Il doppiaggio per questo tipo di pellicole (anche se professionale e realizzato a regola d’arte) purtroppo non è il cosiddetto “male necessario” ma è un male e basta, risultando eccessivamente artificioso e irreale. Difficile associare quel tipo di facce con quelle voci (doppiate).

Postato da: Click_77 a 12:44 | link | commenti |
seven swords, 1 - cinema, 4 - director - tsui hark

venerdì, 04 novembre 2005

Cinderella Man (id, 2005) di Ron Howard - Voto: 8
Il regista premio Oscar per A Beautiful Mind si sofferma nello sviluppo di due temi, che si intrecciano di continuo. La prima tematica è quella di delineare, soprattutto nella prima parte, l’America della grande depressione degli anni ’30, con uno stile tutt’altro che romantico e poetico usando, come si potrebbe tranquillamente dire, un occhio squisitamente (neo)realista, con scene anche di forte impatto emotivo.

All’interno di questo contesto, quasi senza speranza, racconta la storia di un “vecchio” pugile che riconquista il proprio onore (e quello di un Paese) lottando contro la miseria e affrontando a denti stretti sfide impossibili. Dal dare da mangiare ai propri tre figli fino allo scontro “senza speranza di vittoria” contro il campione dei pesi massimi. Questa parte della pellicola è più convenzionale ma non per questo meno riuscita.

Gran prova di regia (straordinario il montaggio) per Ron Howard, qui al film della maturazione, soprattutto tecnica, e di recitazione per il “cinderella man” Russell Crowe, aiutato da un cast di supporto di altissimo livello. In particolare Paul Giamatti, che veste i panni di un manager cinico ma dal cuore d’oro (ricorda Bogart ne Il colosso d’argilla), è superlativo.

Postato da: Click_77 a 22:08 | link | commenti |
1 - cinema, cinderella man, 4 - director - ron howard

domenica, 20 febbraio 2005

Million Dollar Baby (id, 2004) di Clint Eastwood. Film: 9
Winners are simply willing to do what losers won't, i vincitori sono semplicemente disposti a compiere quello che i perdenti non faranno mai, si legge in un manifesto affisso nella palestra periferica gestita dall'allenatore di box Frankie Dunn (Clint Eastwood).

Quando la non più giovanissima Maggie (Hilary Swank) si presenta all'Hit Pit gym con l'idea di diventare una campionessa di pugilato nessuno crede in lei. Eppure i suoi sforzi e la sua determinazione e ostinazione la rendono simpatica agli occhi (o meglio, all'occhio) di Eddie “Ferrovecchio” (Morgan Freeman), ex pugile ora custode della palestra, che decide di prenderla sotto la sua ala protettiva.

Winners are simply willing to do what losers won't sembrerebbe continuamente ripetersi dentro sé Maggie quando si allena anche nelle ore notturne al buio di flebili luci. Finalmente però Frankie Dunn si accorge della sua stoffa, decidendo di diventare il suo allenatore e offrirle la possibilità di affrancarsi, attraverso lo sport, da una vita non stimolante, dove il pugilato rappresenta la principale forza motrice per esistere come individuo.

Sembrerebbe, anche dal titolo, l'ennesima opera cinematografica sul sogno americano, dove chi proviene da una situazione sociale senza sbocchi ha la reale possibilità, grazie alla forza d'animo e al talento, di realizzarsi e creare il proprio "mondo perfetto".
Eastwood invece segue un'altra strada, puntando su una storia non convenzionale, evitando quindi di tratteggiare la solita parabola cinematografica della redenzione attraverso lo sport.

Nell'ultima parte il film cambia totalmente registro, diventando un dramma dallo spiccato realismo, dove la forza visiva delle immagini (l'atmosfera noir si fa decisamente più accentuata) rende quasi superfluo ogni dialogo, anche perché, certe decisioni, vanno prese in silenzio; e neppure il conforto religioso (altro tema centrale della pellicola) può offrire il minimo aiuto.

Disincantato, duro e a tratti sconvolgente Million Dollar Baby è già un classico del cinema americano, senza dubbio una delle migliori pellicole di inizio secolo e della lunga e acclamata filmografia di Clint Eastwood.

Postato da: Click_77 a 14:34 | link | commenti (2) |
million dollar baby, 1 - cinema, 4 - director - clint eastwood

domenica, 13 febbraio 2005

 

Una lunga domenica di passioni (Un long dimanche de fiançailles, 2004) di Jean-Pierre Jeunet Film: 6.5
Il visionario regista francese Jeunet torna dietro alla macchina da presa per quello che si potrebbe tranquillamente definire un "pastiche" cinematografico: guerra, commedia, dramma, melò, giallo, noir e anche po' Sherlock Holmes, senza tralasciare un citazionismo esasperato e (in parte) irriguardoso.

Mathilde (Audrey Tautou), giovane e testarda campagnola con problemi motori, non accetta l'idea che il ragazzo al quale è sentimentalmente legata sia caduto in battaglia durante la prima Guerra Mondiale. E così inizia un'estenuante e meticolosa ricerca nel passato che la condurrà a continui spostamenti per raccogliere tutte le notizie possibili sulla sorte dell'amato.

Tra false piste, versioni verosimili o parzialmente veritiere e verità apparenti (ricorda Rashomon) ad un certo punto il film perde (volutamente) coerenza narrativa, e il sapere quale sia in effetti stato il destino del fidanzato diviene un elemento quasi secondario; così l'attenzione si focalizza sulle caratterizzazioni dei personaggi, le location e la "vision" del regista. Il finale però rimette al posto giusto tutti i pezzi di questo intrigantissimo puzzle, fornendo (finalmente) il reale svolgersi dei fatti.

Se per la voce narrante esterna Junet si è ispirato (sue dichiarazioni) a Jules e Jim, per la messa in scena delle scene di guerra decisamente realiste è indubbio il debito verso Spielberg e il suo Salvate il soldato Ryan. Jeunet si fa però prendere un po' troppo la mano ed eccede in virtuosismi esasperati, in movimenti di macchina irreali e in scene inutili dal punto di vista narrativo ma decisamente spettacolari.

Postato da: Click_77 a 11:08 | link | commenti |
1 - cinema, una lunga domenica di passioni

venerdì, 11 febbraio 2005

 

Neverland - Un sogno per la vita (Finding Neverland, 2004) di Marc Forster. Film: 8
Neverland non è l'ennesimo film sulla favola di Peter Pan; o meglio, non è nel senso stretto il solito adattamento cinematografico della celebre commedia teatrale. Usando un termine tecnico è una sorta di "making of" del Peter Pan, ovvero narra di come il suo autore, il commediografo inglese James Barrie, lo abbia realizzato, e quali vicende personali e sentimentali siano state influenti e determinanti nella stesura di questo capolavoro della letteratura.

Dal ritmo lento ma mai noioso e scontato è una pellicola che commuove e incanta. Bellissima ed emozionante in particolare la scena finale della doppia rappresentazione, teatrale e "casalinga", del Peter Pan.

Ottime le interpretazioni. E' uno di quei rari film dove tutti gli attori recitano per il film e non per se stessi, evitando di rubarsi la scena. Oltre ad un bravo Johnny Depp, per la prima volta in un ruolo non sopra le righe, segnalo una stupefacente Radha Mitchell, nella parte della moglie insoddisfatta di James Barrie. Un'ulteriore conferma della sua bravura dopo il doppio ruolo in Melinda&Melinda di Woody Allen.
Se Kate Winslet vi farà tenerezza Julie Christie si distinguerà per il suo essere odiosa oltre ogni limite. Dustin Hoffman, che ci ha abituato negli ultimi anni a personaggi ciarlieri che parlano parlano senza dire nulla, in questo film si ferma a quattro battute ma che sono perfette e calzanti.

La regia di Forster è in parte accademica ma regala in certi momenti delle scene straordinarie. Avrebbe potuto insistere di più sugli universi paralleli nei quali viveva James Barrie, alternando realtà a fantasia, ma credo che più che una sua mancanza sia da attribuire all'esiguo budget che aveva a disposizione (25 milioni di dollari). In questo modo anche lo spettatore, oltre che a "vedere", dovrà a sua volta “immaginare” come il protagonista del film.

Postato da: Click_77 a 12:33 | link | commenti (1) |
1 - cinema, neverland - un sogno per la vita

Ma quando arrivano le ragazze? (id, 2004) di Pupi Avati. Film: 7
Una bella storia sull'amore, l'amicizia, i sogni, le passioni e, sopratutto, su cosa vuole dire diventare adulti.
Avati, lontano anni luce dallo schematismo televisivo e pseudo-cinematografico delle pellicole generazionali dei Muccino & co., regala un ritratto sottile e appagante dei sentimenti umani.

Postato da: Click_77 a 12:27 | link | commenti |
1 - cinema, ma quando arrivano le ragazze, 4 - director - pupi avati

mercoledì, 02 febbraio 2005

The Aviator (id, 2004) di Martin Scorsese. Film:8
L'idea di portare sul grande schermo la vita dell'eccentrico miliardario Howard Hughes ha affascinato per decenni parecchi registi hollywoodiani. Ma solo Martin Scorsese, grazie anche e sopratutto al denaro che una star come Di Caprio è in grado di far convergere verso una produzione piuttosto che un'altra, è riuscito nella titanica impresa.

Partendo dal celebre libro Howard Hughes: The Untold Story di Peter Brown e Pat Broeske, a metà strada tra il romanzo (molti fatti raccontanti sono in realtà leggende) e la biografia, lo sceneggiatore John Logan ha focalizzato l'attenzione sul periodo d'oro della vita di Howard Hughes, ovvero dal 1927 al 1947.

La Pellicola è divisa sostanzialmente in tre parti. La prima è incentrata sull'ascesa di Hughes, giovane rampollo di una famiglia di petrolieri texani, ad Hollywood. La seconda sviluppa (e da qui il titolo del film) la sua straordinaria passione e dedizione verso l'aviazione e lo sviluppo di nuove tecnologie e invenzioni nel settore aeromobile. La terza invece è un'analisi più intimista, diciamo più scorsesiana, dell'uomo Hughes, delle sue paranoie, paure e ossessioni.

Ma chi era Howard Hughes? La sua personalità la si evince già nei primi minuti del film. Sbarcato ad Hollywood con l'idea di diventare un produttore/regista dedica quattro anni della sua vita (e 4.5 milioni di allora) nella realizzazione di una pellicola "impossibile", ovvero Hell's Angels, capolavoro sopratutto tecnico (vennero usate ben 36 cineprese per cercare ogni angolatura possibile) ancora oggi ammirato e studiato.
Da qui capiamo come mai Scorsese si sia innamorato di questo personaggio. Ovvero il desiderio di Hughes di andare contro (e oltre) le regole che il "sistema" impone agli individui, rappresentato nel film prima da Hollywood e poi dallla Pan-Am e il Governo, sono una delle caratteristiche della filmografia scorsesiana. Anche se, in questo caso, chi combatte contro il sistema non viene da una situazione borderline, ma ne è perfettamente integrato.

Minuziosa e dettagliata, la ricostruzione della Hollywood di fine anni '20 è impressionante. La cura maniacale per i dettagli anche più insignificanti è indice di un'accurata ricerca scenografica. Un altro straordinario risultato del nostro Dante Ferretti.

Il blocco centrale del film è quello che offre le scene indubbiamente più spettacolari e di maggiore impatto visivo, venendo quindi incontro alle esigenze del grande pubblico che ricerca il mero intrattenimento.

Ma sono negli ultimi cinquanta minuti che Scorsese tocca dei livelli da vero Maestro e Di Caprio compie il vero e proprio salto di qualità interpretativo della sua carriera. In particolare le scene di Hughes chiuso nel suo studio in preda alla malattia sono visivamente straordinarie, e più che una citazione della discesa agli inferi del Ludwig di Visconti (la somiglianza con Helmut Berger è impressionante).
Ma anche lo scontro legale in commissione tra un bravissimo Alan Alda (nel ruolo del Senatore Brewster) è realizzata con cura e sembra una vera e propria partita a tennis cinematografica con continui batti e ribatti esaltati da repentini stacchi. Inoltre contiene una vena coppoliana (Il Padrino Parte Seconda).

The Aviator è una pellicola intrisa fino al midollo dell'essenza di cinema americano, in particolare quello classico, che Scorsese conosce come pochi e ama a dismisura. E forse questo suo desiderio di realizzare un film che fosse una sorta di punto di raccordo tra il cinema di ieri, quello della new hollywood anni '70 e quello di oggi, hanno in parte offuscato quella capacità, tutta scorsesiana, di scavare ed entrare nelle anime dei personaggi. Ma è un piccolo dettaglio che certo non rovina il quadro d'insieme di un'opera cinematografica spettacolare, di una messa in scena eccellente e con qualche vero e proprio momento d'antologia.
 

Postato da: Click_77 a 16:44 | link | commenti (1) |
1 - cinema, the aviator, 4 - director - martin scorsese

giovedì, 27 gennaio 2005

36 quai des orfèvres (id, 2004) di Olivier Marchal. Film: 7. Il cinema di genere francese sta vivendo in questo ultimo periodo una fase di straordinaria vitalità produttiva. Rifacendosi alle tecniche, alle caratterizzazioni e alle tematiche del polar classico ha saputo, con intelligenza e spirito innovativo, adattare lo stile dei Melville, dei Clouzot, dei Malle e dei Becker a percorsi narrativi moderni.

36 non è che uno degli ultimi esempi di noir francesi che si pongono come vera e propria alternativa alla grande produzione hollywoodiana d'intrattenimento, adattando ottimamente attori, che solitamente si vedono in altre vesti, a ruoli da "duro" caratteristici del cinema poliziesco.

Prendendo spunto da fatti realmente accaduti il regista ex poliziotto Olivier Marchal rievoca senza sentimentalismi e romanticismi quegli eventi che lo hanno visto testimone diretto, non tralasciando di mettere in luce come i giochi politici e il machiavellismo siano di fatto preferiti alla ricerca della verità, anche all'interno di corpi dello Stato.

Dopo una prima parte decisamente adrenalinica Marchal punta l'accento sul dualismo, che ricorda quello De Niro/Pacino in Heat, tra due poliziotti ex amici, Vrinks (Auteuil) e Klein (Depardieu), appartenenti a due corpi di Polizia diversi, e divisi inoltre anche dall'amore per una stessa donna.

Tra tradimenti, doppi giochi, barriere della legalità più volte varcate, 36 acquista nello sviluppo tratti melodrammatici, perdendo parte di quella cattiveria che si era vista nella prima ora. Questo comunque non toglie che rimane una delle migliori risposte europee degli ultimi anni al cinema poliziesco americano .

Se la regia e lo sviluppo nel plot possono non convincere del tutto la medesima critica non la si può certo rivolgere nei confronti delle interpretazioni, che sono curate e caratterizzate nei minimi dettagli, anche quelle secondarie e da comprimario.
Su tutti però primeggia uno straordinario Gérard Depardieu, attore che solitamente si vede nei panni di personaggi presi un vitalismo esuberante o decisamente passionali, che in 36 stupisce per cinismo, cupidigia, bramosia di potere, amoralità e, nel complesso, da un aspetto, non solo psicologico ma anche "fisico", decisamente cupo.

Postato da: Click_77 a 14:54 | link | commenti |
1 - cinema, quai des orfèvres 36

lunedì, 24 gennaio 2005

 

Ferro 3 - La casa vuota (Bin-jip, 2004) di Kim Ki-Duk. Film: 9, E' un cinema "puro" quello che il grande regista sudcoreano ricerca nella sua ultima e acclamata opera. Ovvero un cinema che si esprime attraverso le sole immagini, dove i dialoghi non sono che un'inutile appendice che serve essenzialmente come elemento di raccordo tra una scena e l'altra, tra una vita e l'altra.

Tae-suk (Hee Jae) è un giovane vagabondo che riempie la sua solitudine (voluta o imposta non si sa) entrando di nascosto in abitazioni vuote. Senza rubare o distruggere niente riesce a catturare l'intimità dei proprietari assenti, vivendo per una notte o per qualche giorno le loro esistenze rendendole di fatto anche sue.

Finché in una casa viene scoperto da una giovane donna (Seung-yeon Lee), sposata con un marito ossessivo e violento, e tra i due nasce una sorta d'intesa basata sul non detto, fatta esclusivamente di sguardi d'intesa.

La routine di entrambi subirà inevitabilmente delle modifiche, anche perché ad un certo punto la vita "degli altri" entrerà in modo preponderante nella loro.

Ma nel bellissimo finale, forse onirico, forse reale (poco importa per dire la verità), che rappresenta anche una perfetta fusione tra il cinema muto e quello delle parole, le loro esistenze si coniugheranno in un abbraccio simbolico, e verrà pronunciata forse l'unica parola che vale la pena di essere detta.

Postato da: Click_77 a 10:05 | link | commenti (1) |
1 - cinema, ferro 3 - la casa vuota, 4 - director - kim ki-duk

lunedì, 03 gennaio 2005

Ocean's Twelve (2004) di Steven Soderbergh. Film: 7, Gli obiettivi che il duo Soderbergh/Clooney si sono posti con il sequel del fortunato Ocean's Eleven (a sua volta remake di Colpo Grosso) sono sostanzialmente due: realizzare un film che non fosse la fotocopia dell'originale e unire l'esigenza artistica con quella commerciale, dato che entrambi venivano da un paio di pellicole non premiate ai box-office.

Partendo quindi da una sceneggiatura da "vero" sequel (nuova rapina per restituire i soldi rubati nella precedente in cambio della libertà) hanno deciso di cambiare registro e stile puntando molto su elementi quasi da commedia surreale.

Soderbergh stupisce inoltre scegliendo una fotografia all'apparenza poco curata, quasi come se stesse girando un film a law budget diretto all'aperto senza luci di scena: spessa grana, molti contro-luce e parecchia sovrailluminazione. Inoltre lo stile è a tratti documentaristico, con grande uso della camera a mano, anche nelle scene d'azione (ricorda Traffic).

Ma l'aspetto forse più interessante è il linguaggio metacinematografico di tutta l'opera. Il personaggio che interpreta l'attore (Julia Roberts alias Tess alias Julia Roberts), il divo nel ruolo di se stesso (Bruce Willis alias Bruce Willis), le grosse star che si autocelebrano ma ironizzano sulla loro età (Clooney, quarantenne, si fa dare del cinquantenne mentre Pitt, quasi suo coetaneo, se la ride), il citazionismo di film famosi interpretati da attori del cast in precedenza (Cassell che evita i raggi infrarossi dell'allarme come già aveva già fatto la Zeta-Jones in Entrapment).

Ocean's Twelve è un film che acquisterà valore con il passare degli anni, e potrà diventare una pietra miliare e di riferimento nella "teoria" tutta hollywoodiana dei sequel.

Postato da: Click_77 a 15:27 | link | commenti (1) |
1 - cinema, 4 - director - steven soderbergh, oceans twelve

martedì, 28 dicembre 2004

Melinda e Melinda (Melinda and Melinda, 2004) di Woody Allen. Film: 7, Sono sorpreso di come buona parte della critica abbia, se non bocciato, preso sottogamba il nuovo film di Woody Allen bollandolo come "ordinaria amministrazione". Invece ritengo che sia il suo miglior lavoro dai tempi dell'ultimo capolavoro, datato 1999, ovvero Accordi e disaccordi.

Allen in Melinda e Melinda rivoluziona il suo stile narrativo proponendo una stessa storia però vista da due angolazioni diverse, una tragica e una comica, intrecciando sapientemente nel montaggio le due vicende così da farle diventare quasi interscambiabili.
Ulteriore elemento di raccordo è la protagonista del film, Melinda, interpretata da una stupefacente e bravissima Radha Mitchell, unico personaggio in comune tra i due episodi e sulla quale doppia vita ruota tutto il film.

Will Ferrell, nel ruolo del classico alter ego di Allen quando il regista si limita a stare dietro la macchina da presa, incarna alla perfezione lo spirito e le movenze ormai celebri dell'originale, aggiungeno però qualcosa di suo, sopratutto nella mimica. Non è ai livelli dello straordinario Kenneth Branagh di Celebrity, ma la sua interpretazione è comunque intensa e a lui sono riservate le gag e le battute migliori del film.

Non date quindi retta ai giornalacci che ne parlano male o con sufficienza (magari promuovendo la solita soporifera commediola decerebrata hollywoodiana) e andatelo a vedere!!!

Postato da: Click_77 a 23:08 | link | commenti (1) |
1 - cinema, 4 - director - woody allen, melinda e melinda

domenica, 19 dicembre 2004

Birth, io sono Sean (Birth, 2004) di Jonathan Glazer. Film: 7, Quando un regista non si limita a fare il solito "compitino" e realizza un film di genere abbandonando le regole del genere è più che logico che il 99% degli spettatori stronchi il film.
E' successo con In the cut di Jane Campion (si pensava ad una sorta di Basic Instinct) e, recentemente, anche con The Village di Shyamalan, pellicola sotto molti punti di vista simile a Birth.

Jonathan Glazer, regista pubblicitario e già autore del bellissimo Sexy beast, in questo film più che puntare sul solito montaggio incalzante ed su una colonna sonora ad effetto amplifica il più possibile lo spazio temporale della narrazione, con pochissimi stacchi e focalizzandosi più sui personaggi che sullo sviluppo del plot (il ritmo, lento, rimane lo stesso per tutto il film). Birth è anche un film di lunghissimi primi piani che "scavano" nell'intimo degli attori, in particolare della bravissima Nicole Kidman.
Una nota di merito anche all'ottima Lauren Bacall, che regala battute sarcastiche straordinarie, del tipo: a mister Reincarnazione è piaciuta la torta  .

Birth ricorda sotto certi aspetti anche l'ultimo film di Kubrick, Eyes Wide Shut, del quale è una sorta di sequel. Glazer riprende quell'atmosfera ovattata e superficialmente perfetta dell'upper class newyorkese, e come nel film di Kubrick ne mette in crisi le certezze e le convenzioni sociali.

Purtroppo, come dicevo nella premessa, il film, sopratutto dal trailer, sembrerebbe una sorta di The Others o Il sesto senso. Ebbene non lo è. 

Postato da: Click_77 a 10:29 | link | commenti (1) |
1 - cinema, birth io sono sean

domenica, 12 dicembre 2004

Closer (id, 2004) di Mike Nichols. Film: 8, Mike Nichols torna alla regia con una pellicola metateatrale sull'amore, il tradimento e i compromessi nelle relazioni di coppia nell'era postideologica.
Il film ruota intorno a quattro personaggi, diversissimi tra loro, ma legati nello stesso tempo dalla ricerca, spesso disperata, di un rapporto vero e sincero.
Ed è proprio la verità, o meglio, la rappresentazione della verità, una delle chiavi di lettura del film. Lo si capisce in un paio di scene straordinarie: la chat erotica, tecnologico strumento di relazione moderna, e la scena del privè, dove le barriere tra chi si è, chi si vorrebbe essere e come appariamo cadono, sotto l'occhio voyeristico della telecamera di sicurezza.
Ottime tutte le intrepretazioni, in particolare Clive Owen è una vera rivelazione.

Postato da: Click_77 a 19:52 | link | commenti (2) |
closer, 1 - cinema, 4 - director - mike nichols