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Aurora (Sunrise: A Song of Two Humans, 1927) di Friedrich Wilhelm Murnau. Film: 8
Riproposto la scorsa estate in alcune salecinematografiche italiane da BIM, Aurora di Friedrich Wilhelm Murnau è divenuto in breve tempo un vero e proprio successo ai botteghini, suscitando stupore in chi pensava che una pellicola in bianco e nero del ’27, perlopiù muta, potesse interessare al pubblico di oggi, abituato all’audio multicanale e agli effetti speciali digitali. 
Aurora non è il classico film di e alla Murnau. Il regista di Nosferatu, massimo esponente dell’espressionismo tedesco, dedicò l’ultima parte della sua carriera ad inseguire il sogno hollywoodiano alle dipendenze William Fox, che lo portò negli USA per cercare di offrire nuova linfa al cinema d’intrattenimento americano.
Il capo degli omonimi studios non badò a spese per mettere nelle condizioni Murnau di realizzare una pellicola epocale: gli fornì dei set faraonici dove vennero costruite le straordinarie scenografie progettate dal tedesco Rochus Gliese. In particolare si deve a quest’ultimo la città senza nome (sotto), vero proprio capolavoro architettonico.
La pellicola non ebbe il successo commerciale desiderato, anche perché ormai il cinema muto stava pian piano cedendo il passo a quello sonoro, e il “sentire” le voci degli attori vendeva più biglietti che il “mostrare” semplicemente delle immagini, seppur spettacolari e uniche.
Protagonisti del film due giovani sposi (senza nome, come da tradizione espressionista) che vivono in piccolo paese di campagna un’esistenza semplice ma senza emozioni. Il marito, stanco di questa situazione, fa la conoscenza con una ragazza di città, che cerca di convincerlo ad inscenare un incidente mortale alla moglie, così da liberarsi dagli obblighi familiari e andare a vivere insieme a lei nelle mille luci cittadine. Il tentativo di omicidio avviene a bordo di una piccola imbarcazione e, questa scena, così ricca di pathos, sarà poi riproposta in chiave comica da Chaplin in Monsieur Verdoux.
La parte “espressionista” della pellicola si esaurisce nella prima mezz’ora, il resto è dedicato alla riconciliazione, all’immersione nella tanto idealizzata città e alla riscoperta dei veri valori nella drammatica scena finale.
Aurora non è un capolavoro “assoluto” del cinema, e non si tratta neppure uno dei migliori film di Murnau, ma possiede una sorta di poesia delle immagini che è in grado di offrire un impatto visivo e visionario senza precedenti.
Un Maledetto Imbroglio (1960) di Pietro Germi. Film: 8
Considerato come il primo vero poliziesco italiano - definizione della quale Germi andava tra l'altro molto orgoglioso - Un maledetto imbroglio è uno dei capolavori da riscoprire del grande regista di Sedotta e Abbandonata e Divorzio all'italiana.
Quali segreti sono celati dietro le vite, apparentemente irreprensibili, di alcuni inquilini residenti in un palazzo signorile nel pieno centro di Roma? Se lo chiede incuriosito il commissario Ingravallo (interpretato dallo stesso Germi) quando giunge sul posto per compiere delle indagini su un insolito furto commesso in uno degli appartamenti.
Ma il mistero si infittisce quando, pochi giorni dopo, nello stesso palazzo viene trovata assassinata una giovane donna (Eleonora Rossi Drago). A questo punto le indagini del commissario divengono per dovere più invasive e tra false piste e intriganti sottotrame si giunge ad un sconvolgente finale. 

Attento osservatore dei costumi e delle debolezze degli italiani Germi in Un maledetto imbroglio non lesina una feroce critica, spesso condita d'ironica e con un pizzico di sarcasmo, nei confronti del perbenismo e del conformismo dell'epoca.
I ritratti dei vari personaggi che il regista ci regala sono straordinari.
C'è il falso dottore, interpretato dal "vitellone" Franco Fabrizi, che vive di piccoli ricatti (anche sessuali). Vi è il marito della vittima (un ottimo Claudio Gora) amante di giovani donne e dalla condotta morale non certo irreprensibile.
Poi l'inquilino di mezza età che cerca in ogni modo di nascondere dalle cronache dei giornali la sua omosessualità. Senza contare una non certo velata "denuncia" nei confronti del turismo sessuale di "stagionate" straniere che vanno alla ricerca di giovani uomini.
Al di là di chi alla fine sarà l'autore materiale del delitto dal film traspare come tutti in realtà siamo moralmente "colpevoli", per via delle nostre ipocrisie, sotterfugi e bugie.
Dal punto di vista registico la pellicola è realizzata inoltre in maniera egregia, anticipatrice tra l'altro di tecniche che ormai sono di uso quotidiano sia nel cinema che nelle serie televisive.
Innazitutto il montaggio. L'uso, sopratutto nella prima parte, di parecchi stacchi tra una inquadratura e l'altra aumentata in modo considerevole il ritmo, dando inoltre una fluidità narrativa impressionante. Attenzione anche a come sono state girate diverse scene (angolatura di ripresa e profondità di campo), e ad alcuni primi piani, che rimandano inevitabilmente a Orson Welles.
Nella scena finale come non notare inoltre la citazione neorealista tratta da Roma città aperta della Magnani che corre dietro al cammioncino dei nazisti?
DVD: Medusa ha curato un'ottima edizione per la sua collana Cinema Forever. Pellicola restaurata ed extra esaustivi che comprendono, oltre alla introduzione di Porro (circa sei minuti), e la galleria fotografica, anche l'interessantissimo documentario L'uomo dal sigaro in bocca (trentacinque minuti).
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Il raggio verde (Le rayon vert, 1985) di Eric Rohmer. Film: 8. |
36 quai des orfèvres (id, 2004) di Olivier Marchal. Film: 7. Il cinema di genere francese sta vivendo in questo ultimo periodo una fase di straordinaria vitalità produttiva. Rifacendosi alle tecniche, alle caratterizzazioni e alle tematiche del polar classico ha saputo, con intelligenza e spirito innovativo, adattare lo stile dei Melville, dei Clouzot, dei Malle e dei Becker a percorsi narrativi moderni.
36 non è che uno degli ultimi esempi di noir francesi che si pongono come vera e propria alternativa alla grande produzione hollywoodiana d'intrattenimento, adattando ottimamente attori, che solitamente si vedono in altre vesti, a ruoli da "duro" caratteristici del cinema poliziesco.
Prendendo spunto da fatti realmente accaduti il regista ex poliziotto Olivier Marchal rievoca senza sentimentalismi e romanticismi quegli eventi che lo hanno visto testimone diretto, non tralasciando di mettere in luce come i giochi politici e il machiavellismo siano di fatto preferiti alla ricerca della verità, anche all'interno di corpi dello Stato. 
Dopo una prima parte decisamente adrenalinica Marchal punta l'accento sul dualismo, che ricorda quello De Niro/Pacino in Heat, tra due poliziotti ex amici, Vrinks (Auteuil) e Klein (Depardieu), appartenenti a due corpi di Polizia diversi, e divisi inoltre anche dall'amore per una stessa donna.
Tra tradimenti, doppi giochi, barriere della legalità più volte varcate, 36 acquista nello sviluppo tratti melodrammatici, perdendo parte di quella cattiveria che si era vista nella prima ora. Questo comunque non toglie che rimane una delle migliori risposte europee degli ultimi anni al cinema poliziesco americano .
Se la regia e lo sviluppo nel plot possono non convincere del tutto la medesima critica non la si può certo rivolgere nei confronti delle interpretazioni, che sono curate e caratterizzate nei minimi dettagli, anche quelle secondarie e da comprimario.
Su tutti però primeggia uno straordinario Gérard Depardieu, attore che solitamente si vede nei panni di personaggi presi un vitalismo esuberante o decisamente passionali, che in 36 stupisce per cinismo, cupidigia, bramosia di potere, amoralità e, nel complesso, da un aspetto, non solo psicologico ma anche "fisico", decisamente cupo.
Angeli perduti (Duo luo tian shi, 1995) di Wong Kar-Wai. Film: 8.5, Come in Hong Kong Express, del quale Angeli perduti è una sorta di sequel non sequel nella stessa misura in cui 2046 lo è per In The Mood For Love, assoluto protagonista è Hong Kong, ovvero, come l'ha definita lo stesso regista, "un concentrato di anime in pena, un'alternanza ininterrotta di vuoto e di follia, un embrione della transazione".
In questa città che vive un continuo "non tempo", dove la notte è un eterno giorno illuminato dalle luci e insegne al neon, si dipanano delle esistenze disperate e alienate figlie della giungla metropolitana.
Killer compie meticolosamente il proprio lavoro di assassino a pagamento per conto di Agent, una conturbante, disturbata e innamorata mandante. Ho, chiuso nel suo espressivo mutismo, ama, vive e cerca di diventare adulto in mondo dove gli "adulti" non esistono. E poi Punkie, portatrice di una vitale depressione e infine Cherry, disperata per amore.
Ma sopra di tutti c'è lui, Kar-Wai, o meglio, Maestro Wong Kar-Wai, che con una regia molto aggressiva e un uso esasperato del grandangolo distorce volti e anime dei protagonisti, rendendoli dei personaggi quasi surreali.
Straordinaria anche la fotografia dell'australiano Christopher Doyle, il quale dà il suo meglio sia nelle movimentate scene d'azione (Killer ricorda l'attore feticcio dei film di John Woo, Chow Yun-Fat), che nelle bellissime immagini di autoerotismo di Agent, oltre, ovviamente, ad offrire una visione indimenticabile di una Hong Kong perennemente "dannata".
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Ferro 3 - La casa vuota (Bin-jip, 2004) di Kim Ki-Duk. Film: 9, E' un cinema "puro" quello che il grande regista sudcoreano ricerca nella sua ultima e acclamata opera. Ovvero un cinema che si esprime attraverso le sole immagini, dove i dialoghi non sono che un'inutile appendice che serve essenzialmente come elemento di raccordo tra una scena e l'altra, tra una vita e l'altra. |
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Svengali (id, 1931) di Archie Mayo Film: 8, Pellicola poco conosciuta e apprezzata dagli stessi americani è invece uno dei film forse più importanti e rappresentativi degli anni Trenta. Un perfetto connubio tra cinema muto, d'intrattenimento hollywoodiano e precursore del genere dell'occulto. |
Il tesoro della Sierra Madre (The Treasure of the Sierra Madre, 1948) di John Huston. Film: 10, Sono pochi i film della storia del cinema che hanno saputo scavare nei meandri più profondi e oscuri dell'animo umano con semplicità narrativa ma, nello stesso tempo, riuscendo a mantenere una straordinaria lucidità analitica. Uno di questi è senza dubbio Il tesoro della Sierra Madre di John Huston.
Tratto da un celebre romanzo degli anni '30 scritto da un anonimo autore che si firmò con lo pseudonimo di B. Traven, The Treasure of the Sierra Madre affascinò da subito Huston, che caldeggiò per anni il progetto di una trasposizione cinematografica .
Tornato dalla guerra dove prestò servizio come documentarista rispolverò l'idea e, sostenuto da un altrettanto entusiasta Jack Warner, scrisse la sceneggiatura definitiva.
La scelta dei protagonisti non fu difficilissima, anche perché Huston poté contare su attori suoi amici che erano inoltre molto interessati a prendere parte alla produzione.
Humphrey Bogart ebbe la parte di Dobbs, antieroe cinico e privo di romanticismo.
Tim Holt, figlio del più famoso Jack Holt, ottenne quella del compagno d'avventura Bob Curtin, uomo ingenuo ma onesto.
Bruce Bennett interpretò James Cody, l'alter ego del personaggio di Bogart.
Ma forse il ruolo che si ricorda di più, anche perché fu premiato con un Oscar, fu quella del vecchio cercatore d'oro Howard, che fu assegnata a Walter Huston, padre di John.
Inoltre il film è impreziosito da piccole parti che offrono ulteriore spessore narrativo. Come per esempio quella del bandito messicano Gold Hat (Alfonso Bedoya) al quale spetta una delle battute più famose, ovvero quando si spaccia per agente federale e gli viene chiesto una prova risponde con un sarcastico ghigno "Noi non abbiamo bisogno di distintivi".
Oppure quella del piccolo Pablo (José Torvay) che vende il biglietto vincete della lotteria a Dobbs.
Lo stesso John Huston si riservò un piccolo cameo. E' l'americano vestito di bianco che per diverse volte offre delle monete come elemosina al personaggio di Bogart.
Girato in parte ad Hollywood e per un certo periodo anche in Messico Il tesoro della Sierra Madre ottenne delle ottime critiche e importanti riconoscimenti tra i quali tre Academy Awards, piacque anche ai produttori (Jack Warner lo definì "il più grande film mai realizzato dal nostro studio"), ma il pubblico non lo premiò ai botteghini. La pellicola era forse considerata troppo "europea" nel senso che le tematiche affrontate erano eccessivamente complesse per il grande intrattenimento. In ogni caso portò ulteriore celebrità e considerazione a chi lo realizzò.
John Huston aveva in mente di impostare questo film come una sorta di secondo capitolo nell'analisi delle più recondite passioni umane. Se ne Il mistero del falco era un falcone a spingere gli uomini a commettere qualsiasi tipo d'azione in questo caso è l'oro, o meglio l'avidità che il possedere l'oro causa, l'elemento centrale di "studio".
Personaggio chiave è Dubbs (Humphrey Bogart) il quale subisce un interessante quanto inatteso percorso involutivo. Da fidato amico e leale compagno d'avventura si trasforma in un essere sospettoso, infido e ingordo.
Quello che forse il film non ci dice, o preferisce non dirci, è se la causa del degrado morale e umano di Dubbs sia solo una conseguenza diretta dell'oro, e in senso lato della ricchezza, oppure se il male fosse già insito in lui e la fortuna economica non abbia fatto che svegliare certi istinti sopiti.
In ogni modo il finale del film, che ricorda sotto certi aspetti Rapina a mano armata di Kubrick, è una sorta di metafora del ciclo della natura che, paradossalmente, si chiude. In attesa che qualche altro avventuriero ne apra uno nuovo.
Bastogne (Battleground, 1949) di William A. Wellman. Film: 8, Da uno dei registi più "classici" della Hollywood dei tempi d'oro un film di guerra teso, vibrante e a tratti decisamente realista.
William A. Wellman, autore tra gli altri del cult Nemico Pubblico e del primo adattamento di E' nata una stella, basa la vicenda su uno degli eventi più celebri della seconda guerra mondiale, ovvero la resistenza ai tedeschi, da parte di una Divisione americana, sprovvista di rifornimenti, lungo linea di confine di Bastogne, in Belgio.
La fratellanza, la dedizione alla causa, l'intima convinzione di trovarsi comunque nel giusto sono alcuni dei temi affrontati in Bastogne.
Wellman però evita facili patriottismi e rifugge con coraggio da moralismi di facciata, preferendo altresì scavare nelle psicologie dei personaggi (è un film corale), e puntare l'attenzione sul fatto che la guerra è dolore e morte, anche (e sopratutto) per le popolazioni civili. A tale proposito suggestive le immagini della Bastogne sotto assedio e distrutta dai bombardamenti.
Pellicola da recuperare e rivalutare anche perché punto di riferimento per i recenti film di guerra, da Salvate il soldato Ryan in poi.
DVD: 6.5 Per questo titolo MGM Warner (che ora ne possiede i diritti) ha riservato una edizione dignitosa. Buona la qualità complessiva del comparto audio e video, un po' carenti gli extra. La traccia italiana è quella originale e priva di fruscii di fondo.
Notorious - L'amante perduta (Notorious, 1946) di Alfred Hitchcock. Film: 10, Truffaut l'ha definito la "quintessenza di Hitchcock", ovvero come il film che racchiude tutte le tematiche principali del grande regista inglese, come l'amore, il tradimento e l'espiazione delle colpe. Il tutto accompagnato da una regia perfetta e innovativa.
Oggi forse Notorious, che rimane uno dei suoi capolavori indiscussi, è da considerare come il punto più alto dell'Hitchcock della sua fase classica, ovvero come il perfetto compendio tra dramma, storia d'amore e spy-story.
L'aspetto che per anni ha intrigato critica e pubblico, e che ancora oggi mantiene un certo fascino, è la moralità dei protagonisti. Non c'è, come in quasi tutti i film di Hitchcock, un buono o un cattivo per così dire "assoluto", anzi. Uno dei cattivi, Alexander Sebastian, interpretato nel film da Claude Rains, appare, nella sua ingenuità e nel suo amore sincero, sostanzialmente simpatico.
Inoltre i sentimenti che legano Devlin (Cary Grant), combattuto per tutto il film tra il dovere professionale e l'amore, e l'eroina femminile Alicia (Ingrid Bergman), innamorata di Devlin ma che accetta per lavoro di farsi sedurre da Alexander Sebastian, sono spesso equivoci, cerebrali e a volte basati anche sul sospetto reciproco.
Come suggello del loro amore (cinematografico) è entrato negli annali della settima arte il bacio tra Cary Grant e Ingrid Bergman, considerato, nonostante la censura che lo ridusse, il "bacio più lungo della storia del cinema" (sotto)
In Notorious Hitchcock sfodera una tecnica cinematografica da vero maestro della macchina da presa. In un periodo dove le riprese "fisse" erano in sostanza la regola, lui ricerca e trova delle angolazioni straordinarie, sembra quasi avesse a disposizione una steadycam.
Vedere per esempio la scena del bicchiere del latte, che rimanda a Il sospetto (sotto),

dove Devlin viene inquadrato in soggettiva da una assonnata Alicia (sotto).


La più famosa è però certamente quella ambientata nel salone della casa di Sebastian durante il ricevimento.
Partendo da un'inquadratura totale dall'alto (sotto)


Hitchcock con un carrello aereo e con l'uso di una gru comincia lentamente a ridurre il campo di ripresa (sotto)


E senza nessun stacco "strategico" va a inquadrare la chiave della cantina tenuta nella mano di Alicia (Bergman) (sotto)


Assolutamente straordinario!
Come d'abitudine Hitchcock si riserva un piccolo cameo. Durante il ricevimento beve un bicchiere di champagne (sotto).


DVD: 8, Consiglio caldamente l'edizione Criterion, che è per ora la versione più ricca di extra e con la miglior qualità audio/video. In alternativa si può optare per l'italiana Ermitage. Purtroppo quest'ultima, pur raggiungendo la sufficienza, è priva di sottotitoli sia italiani che inglesi.
Quasi famosi (Almost Famous, 2000) di Cameron Crowe. Film: 7.5, C'è stata un'epoca nella quale il rock non solo rappresentava una passione per milioni di persone ma era anche lo strumento attraverso il quale si vivevano i propri sogni, che erano sopratutto quelli di amore e libertà.
Per chi quegli anni non li ha vissuti Cameron Crowe ha realizzato nel 2001 una pellicola, in parte anche autobiografica, che cerca, con estrema semplicità ma senza romanticismi, di raccontare quel periodo. 
Attraverso gli occhi del giovane ed inesperto reporter quindicenne William Miller (Michael Angarano) si viene catapultati in un mondo ai confini della realtà, dove la musica e le parole delle canzoni sono la principale ragione di vita. 
Quasi Famosi però non si ferma solo alla mera evocazione nostalgica, ma va oltre, fornendo un'attenta analisi di tutto ciò che ruotava intorno al mondo della musica, ovvero il rapporto con i fans, i concerti, i viaggi, le feste, il denaro e le donne. E proprio con una "groupie" (le ragazze che dedicavano anima e corpo alle band) di nome Penny Lane (interpretata da una bravissima Kate Hudson) che il giovane protagonista lega di più e si innamora.
Pellicola anche generazionale e di passaggio Quasi Famosi eccelle anche nell'offrire ruoli secondari di altissimo livello, come quella del critico veterano Laster Bangs (un immenso Philip Seymour Hoffman, a quando finalmente un ruolo da protagonista???), e della madre premurosa e "antirock" di William (Frances McDormand), il quale motto ripetuto ossessivamente al figlio è "non prendere droghe".
Consiglio infine di gustarvi il film nella sua versione integrale di 151 minuti (la cinematografica è di 118’), sottotitolata in italiano e disponibile nel cofanetto in DVD edito da Columbia.
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Recensione DVD |
IL FILM
Il giro del mondo in 80 giorni è uno dei classici del cinema avventuroso forse più universalmente apprezzati e amati, che nonostante gli anni sulle spalle (è del 1956) ha mantenuto quella freschezza narrativa, quella fluidità e quell’ironia che lo hanno reso (e renderanno) un esempio unico e inimitabile. E’ inoltre la produzione più “avventurosa” intrapresa ad Hollywood, nel senso che la trasposizione cinematografica del libro di Jules Verne aveva dei costi di produzione talmente alti (la computer grafica non esisteva ancora…) che nessuno studios volle finanziarlo. Ma quello che fermava le principali fabbriche da sogno di allora non fermò Michael Todd, che investì fino all’ultimo soldo che aveva (senza contare la montagna di debiti che fece) per realizzare questo film.
Non badò a spese Todd, prese ciò che di meglio il mercato poteva offrirgli. Come protagonisti nella parte di Phileas Fogg ingaggiò David Niven, mai così bravo nella sua lunghissima carriera. Nel ruolo di Passepartout invece scelse Cantinflas, che all’epoca era una sorta di Charles Chaplin messicano, ed era anche famoso per il fatto di essere l’attore più pagato, e quindi più caro, al mondo. Nonostante nel libro Passepartout fosse francese Cantinflas offrì una interpretazione straordinaria, e i suoi duetti con Niven divertono oggi come allora.
Come nelle migliori favole Il giro del mondo fu uno dei più grossi successi planetari della storia del cinema, che più che ripagò Todd dei suoi investimenti. Purtroppo, come le migliori favole insegnano, non sempre tutto va per il verso giusto e mentre Il giro del mondo prendeva “vita” propria ricevendo innumerevoli premi Todd, il 22 marzo del 1958, a bordo del suo amato aircraft "The Lucky Liz" fece la fine che, forse, l’Aviator per antonomasia Howard Hughes avrebbe sempre sognato.
AUDIO/VIDEO
Solitamente Warner ci ha abituati ad edizioni speciali dei classici che tecnicamente sono strepitose e in alcuni casi anche miracolose. Purtroppo questa volta non è il caso. La SE de Il giro del mondo in 80 giorni è solo in parte riuscita.
Il video, seppur privo di graffi e segni del tempo, non pare abbia goduto di un restauro adeguato. In alcune scene la grana è veramente eccessiva e la definizione non è perfetta. Raggiunge però la piena sufficienza. Da sottolineare che è stato riversato nel suo formato originale anamorfico.
La traccia audio italiana è invece buona. Seppur in mono ha mantenuto una dinamica accettabile ed è anche piuttosto coinvolgente. Quasi totalmente assenti i rumori di fondo. Decisamente meglio la versione originale inglese che ha potuto anche contare su una rimasterizzazione in DD 5.1.
Il film è inoltre diviso un tempo su un DVD e l'altro su un secondo disco.
CONTENUTI SPECIALI.
Quasi ogni contenuto speciale è preceduto da una breve introduzione da parte di Robert Osborne, conduttore del ''Turner Classic Movies''.
Il commento audio di Brian Sibley non è (purtroppo) sottotitolato, quindi fruibile sono da un pubblico anglofono. Peccato perché mancando un vero e proprio making of del film sarebbe stato interessante seguirlo, dato che la produzione di questa pellicola è altrettanto avventurosa quanto il film stesso! Pensate solo che Il giro del mondo fu girato in location vere sparse nel mondo, non nei soliti teatri. E a quei tempi era una vera e propria impresa titanica.
Di grandissimo interesse invece il documentario Il Giro del mondo, narrato da Orson Welles in persona, sulla mitica figura di Mike Todd, uno dei produttori indipendenti che ha fatto la storia di Hollywood (anche se con un solo film), la cui vita sembra un vero e proprio romanzo (sposò anche Elizabeth Taylor. Sentirete dalla stessa attrice il modo con la quale la conquistò).
Per girare Il giro del mondo Todd creò inoltre il formato TODD-AO (dal suo nome). In sostanza prese i vantaggi del Cinerama (pellicola panoramica a 70mm) togliendone i difetti (per il Cinerama servivano ben tre cineprese diverse per le riprese e altrettanti proiettori per la sala).
Per saggiare la megalomania di Todd c’è un interessante reportage, dalla trasmissione dell'epoca Playhouse 90, sulla festa megagalattica che organizzò al Madison Square Garden in occasione del primo anniversario del film, dove presero parte migliaia di persone, molte delle quali non invitate. Oggi cose del genere non se ne vedono (e fanno) più.
Tra gli altri extra da segnalare la cerimonia del Oscar del '57 (Todd, caso unico nel cinema, vinse la prestigiosa statuetta come miglior film alla sua prima produzione), scene inedite ed errori sul set, gallerie fotografiche e trailer e, infine, “A Trip to the Moon”, un cortometraggio di Melies. Per i possessori di un DVD-Rom c’è anche l’interessante Around the World in 80 days Almanac scritto da Todd, una sorta di breviario con nomi, notizie e date sulla pellicola.
Un'ultima curiosità...avete presente il termine "cameo", usato per indicare una breve comparsa da parte di una star in un film? Beh, ad inventarlo fu proprio Todd! Si contano una cinquantina di camei ne Il giro del mondo in 80 giorni, tra i più celebri Marlene Dietrich, Peter Lorre, Fernandel e Frank Sinatra.
FILM: 7.5
VIDEO: 6
AUDIO: 7
EXTRA: 8
Chi ha un fiammifero?
Mentre leggo delle polemiche seguite all'entrata in vigore della nuova legge antifumo in Italia, mi sono chiesto cosa sarebbe successo se il ministro Sirchia fosse stato al dicastero della Sanità nella Hollywood anni '40.
Molto probabilmente non avremmo avuto la possibilità di goderci una delle scene più sensuali della storia del cinema, ovvero quella del primo ammiccamento tra Lauren Bacall e Humphrey Bogart in Acque del Sud (To Have and Have Not) di Howard Hawks.
La giovane avventuriera Marie 'Slim' Browning, interpretata da una straordinaria e indimenticabile Bacall, al primo ruolo nella carriera, si appoggia sullo stipite della porta della stanza dall'albergo di Harry 'Steve' Morgan (Bogart) e chiede: chi ha un fiammifero? 
Una frase che stregato intere generazioni (e lo stesso Bogart che lasciò pochi mesi dopo la moglie per sposare la diciannovenne Bacall).
Il mistero del falco (The Maltese Falcon, 1941) di John Huston. Film: 10, Humphrey Bogart avrà sempre un debito di riconoscenza verso George Raft (anche se tra i due c'era tutt'altro che amicizia). Ad uno dei tre attori simbolo dei gangster-movie anni '30 deve la parte di protagonista in Una pallottola per Roy (High Sierra) e, appunto, Il mistero del falco. Raft rifiutò questi due ottimi copioni perché per il primo non voleva più vestire i panni del gangster e, per il secondo, perché non era una grande produzione.
John Huston, che agli inizi degli anni '40 ero uno dei tanti giovani cosceneggiatori sotto contratto alla Warner, trasse dal famoso romanzo di Dashiell Hammett (già due volte adattato con poco successo per lo schermo) una sceneggiatura che rispecchiasse fedelmente non solo il romanzo, ma anche le ambientazioni e le caratterizzazioni dei personaggi. Grazie alla sue dedizione ottenne anche la regia (la prima della carriera).
Come protagonista nel ruolo del detective Sam Spade scelse Bogart, anche perché tra i due c'era già una profonda e sincera amicizia che li legava già da tempo. Ebbe anche mano libera per il resto del cast, optando per seconde e terze linee ma che presto si rivelarono degli interpreti eccezionali. 
Il ruolo femminile della femme fatale Brigid andò a Mary Astor, attrice dalle alterne fortune e con un passato ricco di scandali. La parte del piccolo gangster Joel Cairo fu affidata a Peter Lorre, ruolo che poi interpretò innumerevoli volte nella sua lunga carriera hollywoodiana, anche nelle versioni comiche (La mia brunetta preferita e Arsenico e vecchi merletti).
Ma la scelta migliore di Huston fu quella per il personaggio di Kasper Gutman, per il quale scelse Sydney Greenstreet, un attore teatrale inglese che aveva già superato la sessantina ed era al suo primo film ad Hollywood!
Il mistero del falco è uno dei capitoli fondamentali della ricerca (infruttuosa) della felicità attraverso beni materiali che segnerà buona parte della filmografia di Huston. Ma è anche la descrizione perfetta di come l'ossessione e il disperato desiderio di realizzare un sogno impossibile possano portare ad oltrepassare i limiti non solo della legalità, ma anche dei valori come l'amicizia e il rispetto della persona umana.
Suggestivo anche il trailer del film, che inizia con l'inquadratura di Greenstreet in una stanza buia che si guarda a destra e a sinistra dicendo con fare sinistro "vi voglio svelare un mistero...". Ricorda in parte le introduzioni ai telefilm di Hitchcock per la sua serie tv.
E come dimenticare la straordinaria battuta finale di Sam Spade alias Bogart che interrogato da un agente che gli chiedeva di che cosa fosse composto il falcone rispondeva: "dello stesso materiale con cui sono fatti i sogni". Capolavoro!
DVD: 6.5, edito da Warner gode di una buona qualità video. Purtroppo l'audio italiano è stato ridoppiato, quindi è da vedere in lingua originale con sottitoli. Come extra, oltre al trailer, uno speciale di 45 minuti con i trailer dei principali film che Bogart interpretò per la Warner fino al '48.
Dune (1984) di David Lynch. Film: 6.5, E' la pellicola che più divide gli estimatori del grande cinestata americano. C'è chi urla al capolavoro e chi porta Dune quale esempio di come un grande regista può perdere il suo tocco quando si mette totalmente al servizio delle esigenze commerciali, in questo caso di Dino De Laurentis. 
Visto oggi Dune perde molto del suo fascino per i suoi effetti visivi e speciali decisamente datati (a parte i bellissimi mostri costruiti dal grande Carlo Rambaldi), ma mantiente comunque inalterata la sua dimensione epica.
Molte le opere che si richiamano in tutto o in parte a questo film di Lynch, recentemente The Chronicles of Riddick di David Twohy.
DVD: esistono solo in Italia quattro edizioni, e trovare la migliore è sostanzialmente un'impresa. Solo però la CVC può contare dell'audio in DD 5.1 mentre le altre hanno un master video migliore (in particolare quella uscita con il quotidiano Repubblica).
Cuore selvaggio (Wild at Heart, 1990) di David Lynch. Film: 9, Una delle storie d'amore più belle ed emozionanti
mai portate sullo schermo, ma anche un road-movie nel cuore dell'essenza dell'anima americana e una profonda analisi sull'ossessione e sull'affetto patologico.
Lynch in solo film affronta con straordinario successo e con una visione cinematografica unica quello che molti registi difficilmente riusciranno mai solo a concepire.
Purtroppo di pellicole così se ne fanno solo una ogni dieci anni.
DVD: ho l'edizione francese della Wild Side, che oltre agli extra della recente edizione speciale americana MGM ha anche un documentario di un'ora su Lynch e un libro di 80 pagine sul film.
Work in progress…
The Black Dahlia (Dalia Nera) di Brian De Palma. Il nuovo film del regista di Scarface, tratto dall’omonimo romanzo di Ellroy, primo della famosa quadrilogia di Los Angeles, sarebbe già dovuto uscire al cinema lo scorso anno.
Purtroppo la fase di preproduzione si è allungata a dismisura, soprattutto a causa di una riluttanza di fondo sulla scelta del cast e su una certa indecisione riguardo al taglio da dare al film.
Così nel frattempo mi sono letto il romanzo di Ellroy (consigliatissimo) e in effetti portare quel libro sullo schermo sarà un’impresa difficile. La scelta del regista la ritengo corretta, De Palma è oggi forse l’unico in grado di trattare cinematograficamente l’ossessione, intesa in senso lato. Bisognerà vedere come riuscirà a divincolarsi tra tutte le sottotrame del libro e se sarà anche in grado di approfondire la psicologia complessa di tutti i personaggi, mantenendo inalterata la struttura noir. 
Senza voler rivelare nulla vi anticipo però che i “veri” protagonisti saranno due, anzi tre. Due vivi e uno morto.
L’efferato omicidio di una giovane aspirante attrice nel gennaio del ’47 sconvolse Hollywood. Negli anni il caso della “Dalia Nera”, così venne chiamata perché le piaceva adescare uomini nei bar vestita appunto di nero, divenne un vero e proprio mistero. Tutt’ora irrisolto.
Ellroy è partito da questo famoso fatto di cronaca nera per raccontare le indagini, che presto si trasformano in una vera e propria ossessione, di due poliziotti, Bleichert e Blanchard. Se quest’ultimo ad un certo punto prende un’altra strada (leggete il libro per capire quale) è Bleichert che non molla la presa, trasformando la ricerca dell’assassino della Dalia Nera come unica ragione di vita. Non solo. L’incontro con Madeleine, una ragazza dei quartieri alti dai facili costumi, assomigliante fisicamente e nei comportamenti alla Dalia, portano Bleichert verso una mania ossessiva/compulsiva e a una sconvolgente sorpresa finale.
Nel film di De Palma il ruolo Bleichert sarà affidato a Josh Hartnett, onestamente non una scelta di primo piano, mentre la parte di Madeleine sarà interpretata da Hillary Swank, che ha preso qualche settimana fa il posto di Scarlett Johansson. Le riprese inizieranno nel mese di marzo in Bulgaria, dove il nostro Dante Ferretti si è occupato delle scenografie.
Ocean's Twelve (2004) di Steven Soderbergh. Film: 7, Gli obiettivi che il duo Soderbergh/Clooney si sono posti con il sequel del fortunato Ocean's Eleven (a sua volta remake di Colpo Grosso) sono sostanzialmente due: realizzare un film che non fosse la fotocopia dell'originale e unire l'esigenza artistica con quella commerciale, dato che entrambi venivano da un paio di pellicole non premiate ai box-office. 
Partendo quindi da una sceneggiatura da "vero" sequel (nuova rapina per restituire i soldi rubati nella precedente in cambio della libertà) hanno deciso di cambiare registro e stile puntando molto su elementi quasi da commedia surreale.
Soderbergh stupisce inoltre scegliendo una fotografia all'apparenza poco curata, quasi come se stesse girando un film a law budget diretto all'aperto senza luci di scena: spessa grana, molti contro-luce e parecchia sovrailluminazione. Inoltre lo stile è a tratti documentaristico, con grande uso della camera a mano, anche nelle scene d'azione (ricorda Traffic).
Ma l'aspetto forse più interessante è il linguaggio metacinematografico di tutta l'opera. Il personaggio che interpreta l'attore (Julia Roberts alias Tess alias Julia Roberts), il divo nel ruolo di se stesso (Bruce Willis alias Bruce Willis), le grosse star che si autocelebrano ma ironizzano sulla loro età (Clooney, quarantenne, si fa dare del cinquantenne mentre Pitt, quasi suo coetaneo, se la ride), il citazionismo di film famosi interpretati da attori del cast in precedenza (Cassell che evita i raggi infrarossi dell'allarme come già aveva già fatto la Zeta-Jones in Entrapment).
Ocean's Twelve è un film che acquisterà valore con il passare degli anni, e potrà diventare una pietra miliare e di riferimento nella "teoria" tutta hollywoodiana dei sequel.
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Il grande sonno (The Big Sleep, 1946) di Howard Hawks. Film: 10, cosa rende veramente straordinario questo film noir, dall'apparenza un classico del genere, ma di fatto punto di riferimento per tutto il cinema moderno? E' che per la prima volta nella storia di Hollywood (e non solo) la sceneggiatura e lo svolgimento del plot divengono elementi del tutto secondari, quasi accessori. E fare questo in un cinema, quello della Hollywood anni '40, dove la sceneggiatura era considerata l'elemento portante di un film, persino più della scelta degli attori e del regista, è decisamente qualcosa di rivoluzionario. |
Glory - Uomini di gloria (Glory, 1989) di Edward Zwick. Film: 7, pellicola epica dal forte impatto visivo (grazie anche alla bellissima fotografia, premiata con un Oscar, di Freddie Francis) narra le vicende eroiche del primo battaglione nordista composto esclusivamente da soldati di colore.
Coinvolgente ed emozionante al punto giusto non va però oltre ad una superficiale e stereotipata analisi dei personaggi. In particolare il ruolo centrale del Colonnello Robert Gould Shaw è interpretato da un inespressivo quanto fuori luogo Matthew Broderick.
DVD: 7, il video è piuttosto carente, ma i numerosi contenuti extra tutti sottotitolati (commenti audio, making of, documentari) lo rendono comunque appetibile.
Punto di non ritorno (Event Horizon, 1997) di Paul Anderson. Film: 6, uno dei più riusciti b-movie fantascientifici degli anni '90, più che un film un saggio citazionista dei classici del genere sci-fi e horror. Solo nel finale piuttosto affrettato e senza grossi colpi di scena perde un po' di mordente.
DVD: 7, zero extra a parte il trailer ma ottima qualità audio/video.